La presunzione dell’algoritmo Perché il Milan americano continua a snobbare l’Italia

30/10/2026

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C’è un paradosso sottile e velenoso che serpeggia tra i corridoi di Casa Milan e le zolle di Milanello: l'idea, ormai quasi dogmatica, che per avere successo nel calcio italiano contemporaneo sia necessario disprezzare l'Italia. O quantomeno ignorarla, sterilizzarla, trattarla alla stregua di una provincia recalcitrante da colonizzare con formule d’oltreoceano, fogli di calcolo asettici e consulenze esotiche. A guardare le scelte strategiche operate da RedBird e da Gerry Cardinale negli ultimi ventiquattro mesi, emerge un filo conduttore inequivocabile: una profonda, radicata e ingiustificata sfiducia verso la cultura sportiva del Paese che ospita il club.

Un limite enorme, che rischia di trasformare una delle più prestigiose istituzioni calcistiche del pianeta in un laboratorio per esperimenti fallimentari. Il peccato originale di questa gestione non risiede nell’ambizione di innovare – atto doveroso in un sistema asfittico come la Serie A –, ma nella presunzione di poter fare a meno del contesto. Si predica l’eccellenza globale, ma si finisce per praticare un provincialismo alla rovescia, in cui tutto ciò che parla italiano viene aprioristicamente bollato come obsoleto, corporativo o inadeguato.

Prendiamo la guida tecnica. Perché questa perenne, spasmodica ricerca dell'allenatore straniero, possibilmente portatore sano di un calcio "europeo", offensivo ed estetizzante, quasi che la tradizione tattica italiana fosse una vergogna da nascondere? La cronaca recente ha offerto un compendio perfetto di questa miopia: la recente lezione tattica con cui Raffaele Palladino ha annichilito la Fiorentina prima, e sbugiardato poi la narrazione attorno a profili come Rúben Amorim nelle coppe, è la dimostrazione plastica che il manovrismo ideologico crolla sistematicamente davanti al pragmatismo intelligente della scuola di Coverciano. In Italia, la tattica non è un accessorio: è la lingua madre. Ingaggiare tecnici stranieri privi della necessaria plasticità mentale per comprendere la palude del nostro campionato significa condannarsi a mesi di rodaggio a perdere. L'avversario medio in Serie A ti viviseziona, ti sporca le linee di passaggio, ti toglie l'aria; se pensi di venire a insegnare il "calcio moderno" senza conoscere la differenza tra una trasferta a Monza e una a Bournemouth, sei destinato a sbattere contro il muro.

La stessa identica presunzione si riflette nell'organigramma dirigenziale dell'area tecnica. L'idea di affidare ruoli apicali o di consulenza a figure tedesche o comunque esterne all'ecosistema nostrano solleva interrogativi pesantissimi. La Germania ha un modello straordinario, nessuno lo nega, ma quanto ci metterà un professionista cresciuto nella Bundesliga a comprendere la giungla della Serie A? Quanto tempo servirà per decifrare i rapporti con la classe arbitrale, le dinamiche della giustizia sportiva, le trappole mediatiche e la specifica psicologia del calciatore italiano? Il nostro calcio è una materia viscosa, politica, fatta di sottotesti. Pensare che basti un database performante e una matrice metodologica importata dal nord Europa per muoversi con efficacia nel calciomercato italiano denota una pericolosa ingenuità.

Eppure, la soluzione sarebbe a portata di mano, incisa nel DNA stesso della società. Basterebbe attingere a quel patrimonio inestimabile che risponde al nome di "milanismo". Ma il milanismo vero, non la sua caricatura da spot pubblicitario. Qui si inserisce il più grande equivoco emotivo e strategico della gestione Cardinale: l’investitura di Zlatan Ibrahimović nel ruolo di plenipotenziario o "Super Advisor". Ibra è stato un fuoriclasse titanico, un catalizzatore di mentalità vincente, ma non è mai stato una bandiera. È stato il più grande, sublime e fiero mercenario della storia del calcio moderno: è andato semplicemente dove lo pagavano di più, cambiando maglie su maglie senza mai giurare fedeltà a nessun tempio che non fosse il proprio ego.

Costruire la liturgia del club attorno a lui significa confondere la celebrità con il senso di appartenenza. Il Milan ha una dinastia di leggende che avrebbero potuto e dovuto occupare ruoli centrali: figure che trasudano storia, rispetto istituzionale e conoscenza profonda di cosa significhi vestire quella maglia. L’epurazione sbrigativa di Paolo Maldini – al netto degli errori che chiunque compie – non è stata solo una scelta gestionale, è stata un’amputazione identitaria. Si è preferito il silenzio dei colonizzatori alla voce critica di chi quel club lo incarna per diritto di sangue.

A completare un quadro distopico ci pensa la catena di comando aziendale. Giorgio Furlani, l'amministratore delegato, è un brillante professionista che ha fatto le sue fortune nella finanza speculativa di Elliott e che ha come grande passione personale il tennis; Ivan Gazidis, prima di lui, rispondeva a logiche puramente economico-finanziarie mutuate dalla City londinese e dal modello Arsenal. Professionisti impeccabili dei numeri, senza dubbio. Ma una società di calcio non è un fondo immobiliare, né un torneo del Grande Slam: è un'azienda atipica che si regge su una materia prima volatile ed emotiva chiamata passione popolare. Se la stanza dei bottoni parla solo il linguaggio dei margini operativi lordi, dei costi di ammortamento e dell'ottimizzazione degli asset, si perde il contatto con la realtà del campo.

Gerry Cardinale non fa mistero della propria natura: RedBird è un fondo di private equity e il Milan, piaccia o no ai romantici, è un asset. L'obiettivo ultimo e dichiarato è quello di valorizzare l'investimento per poi rivenderlo a peso d'oro, monetizzando al massimo l'uscita. È la logica del mercato, e non ha senso scandalizzarsi. Ma proprio se questa è la stella polare, l'approccio attuale si rivela miope e controproducente.

Un asset calcistico non si rivaluta svuotandolo della sua identità competitiva e culturale. Non si creano multipli di valore collezionando quinti posti o uscendo mestamente ai gironi di Champions League perché la squadra è stata costruita da algoritmi che non sanno leggere le anime degli uomini. Se Cardinale vuole davvero massimizzare il rendimento del suo investimento, deve fare l'unica cosa che i manager d'oltreoceano faticano maledettamente a fare: deporre la presunzione. Deve scendere dal piedistallo, fare un bagno di umiltà e accettare che in Italia, per vincere, bisogna sporcarsi le mani con la cultura italiana. Fidarsi di chi conosce questo sport da generazioni non è un ritorno al passato, ma l'unico modo per garantire un futuro al Milan. E, incidentalmente, anche al portafoglio della sua proprietà.


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