Magazine del 30/09/2011

7 da
leggenda

Milan Night dedica la giornata a Sheva

Molti tifosi milanisti della mia generazione sono cresciuti insieme a lui, con il suo poster appeso nella cameretta, come sempre si fa con i propri idoli sportivi, con le foto attaccate sul diario delle scuole medie, con la completa adorazione che si provava per lui quando lo si vedeva giocare.
Ad Andriy è bastato pochissimo per entrare nei cuori di tutti i tifosi del Milan. È bastata quella prima conferenza stampa senza spiccicare una parola d’italiano, con quell’espressione spaesata e incerta e quell’improponibile maglietta di Armani. Sbarbatello, anche troppo per essere un ventitreenne, sembrava un ragazzino come noi, e da subito ci sentimmo un po’ come lui.
Il peso con cui arrivò in Italia non era semplice da gestire: 45 miliardi spesi dal Milan per il miglior marcatore della Champions League 1998/1999 con la maglia della sua Dinamo Kiev. Certo, solo la metà della cifra spesa la stessa estate per Vieri da altri, ma le attese erano comunque altissime, e dentro sentivamo che non sarebbero state tradite.
Nel corso degli anni Sheva è stato bandiera, cuore, anima del Milan. E non solo del Milan vincente di Carlo Ancelotti, ma anche dei Milan transitori di Cesare Maldini, Fatih Terim e Alberto Zaccheroni. In un periodo in cui lui era già uno dei tre migliori attaccanti del mondo e poteva semplicemente alzare il telefono, chiamare il suo agente e decidere dove trasferirsi, andava a giocare in Bielorussia contro il Bate Borisov per la Coppa Uefa o si accontentava di lottare con il Milan per un posto nelle prime quattro – senza riuscirci sempre, tra l’altro – con Comandini, José Mari o Javi Moreno come partner d’attacco. E anzi, quando poteva prendere e andare in squadre più attrezzate, lui, a Guida al Campionato, tendeva un pesce d’aprile addirittura a Pellegatti, in diretta, dichiarando di voler trasferirsi alla Roma o alla Juve, salvo poi facendo tornare dal regno dei morti il buon Carlo confessando la burla.
È stata l’ancora cui aggrapparsi quando il mare era mosso, e prima della svolta dell’estate 2002, il mare al Milan era stato mosso molto spesso, e tanto.
Non sempre però riuscì a tirar fuori dalle sabbie mobili i suoi compagni. Sheva era un attaccante pressoché perfetto, forgiato da Lobanovskyi come Geschwindner ha forgiato Nowitzki: era capace di segnare di testa, di destro, di sinistro, di potenza, su punizione (e sulle sue punizioni ci torneremo), di classe. Insomma, in ogni modo, come pochi altri riuscivano a fare al mondo (forse solo Ronaldo, tra l’altro suo coetaneo e nato solo sette giorni prima di lui). Era immarcabile e pressoché inattaccabile, ma probabilmente quello che ci faceva sentire più vicini a lui era la sua fragilità. Non sempre si mostrava fragile – d’altronde a chi piace farlo? - , ma lo era. Come tra il gennaio del 2002 e il marzo del 2003, probabilmente il periodo in cui ha segnato meno in tutta la sua carriera. Errori dal dischetto pesanti (in Fiorentina-Milan 1-1 e Milan-Udinese 2-3), infortuni, il peso di una presenza “scomoda” al suo fianco come quella di Inzaghi, problemi personali poi superati grazie a Silvio Berlusconi (con il quale condivide la data di nascita), una sensazione generale di debolezza, di qualcosa che si era rotto. È questo il lato di Shevchenko che probabilmente ci faceva sentire più vicini a lui.


Come quando lasciò il Milan per la fallimentare esperienza al Chelsea, con le derisioni di Mou e le continue esclusioni venute poi. Come nel ritorno a Milano, ultima possibilità di rientrare nel grande calcio dalla porta principale ma persa, lasciata andare perché ormai il suo tempo era finito.
Ed era finito per colpa sua, solo e soltanto sua. Per quella scellerata decisione di lasciare la vita glitterata di Milano per quella ancora più glitterata di Londra, presa sotto il “comando” della moglie. Quando è tornato al Milan non era più il vecchio Sheva, ed eravamo dispiaciuti. Non per noi, per gli anni persi che non sarebbero più tornati, per non averlo visto indossare quel numero sette poi scempiato da Ricardo Oliveira, no. Eravamo dispiaciuti per lui. Una sensazione che non si prova così frequentemente nel calcio, se non per gravi infortuni. Eravamo dispiaciuti perché “diamine, avevi tutto: l’amore dei tifosi, una squadra forte in cui esprimerti, tanti soldi, una bella città in cui vivere, la possibilità di diventare il primo marcatore della storia del Milan… perché l’hai fatto?”.
E noi, che eravamo cresciuti con lui e siamo più giovani di lui quasi sentivamo il senso di paternità dei tifosi più anziani che vedevano in Shevchenko il figlio cui rimproverare una decisione clamorosamente sbagliata dicendo “te l’avevo detto”. Quel “figlio” però non si poteva odiare, nonostante tutto.
Non si poteva odiare perché negli anni precedenti ti aveva dato così tanto, senza chiedere indietro praticamente nulla, prima di quel giorno di maggio del 2006.
Ti aveva dato i gol nei derby, così, come se fossero noccioline. Quello al 90’ di stinco, le doppiette nello 0-6 e nel 4-2, i tre in Champions. Ti aveva dato il gol del 2-2 al Chievo al 95’ quando sentivi il fiato sul collo della Roma, ti aveva dato la cavalcata col Bari e lo scatto sontuoso contro Bouma in Milan-PSV 2-0. Ti aveva dato i gol alla Juve, dalla doppietta nel 2-0 del primo anno alla doppietta a Torino del 2004, passando per il gol di San Siro dopo tre minuti del 2003 e per la pennellata del dicembre 2001. Ti aveva dato i quattro gol al Fenerbahce come fece il Cigno contro il Goteborg, i gol all’Olimpico (la leggendaria tripletta alla Lazio e la maestosa doppietta, sempre alla Lazio, del settembre 2004 con il Milan sotto di un gol e in 10, la doppietta in faccia a Totti nel gennaio 2004), il gol decisivo per lo Scudetto 2004 e i tre della conseguente Supercoppa. Il gol al Real, ti aveva dato. Ti aveva dato il Pallone d’Oro, anche se era suo. E il rigore, ti aveva dato anche il rigore, preceduto da quel primo piano che per te, da allora, è lui.
Ti aveva fatto sorridere per la sua fissazione di voler provare a tirare le punizioni quando ne imbroccava a dir tanto un paio a stagione. Ti aveva dato tanto e tu non potevi avercela con lui, perché era proprio lui quello che aveva sofferto maggiormente per quell’errore.
Più di tutto, forse, ti aveva dato però quella sensazione d’imbattibilità quando lo vedevi in campo tra gli undici rossoneri. Cantavi a squarciagola allo stadio o te lo ripetevi in testa a casa, in silenzio: “Il fenomeno lascialo là, qui c’è Sheva”. Un coro sbagliato, perché doveva chiaramente essere “chiunque lascialo là, qui c’è Sheva”.
Una vera leggenda rossonera, un giocatore che ha sempre onorato la Maglia con ogni goccia di sudore che poteva spendere. E quando racconteremo di Andriy Shevchenko ancora tra venti, trenta o quarant’anni parleremo di lui come del più forte numero 7 della storia del Milan.
Anzi, speriamo di no.



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