Magazine del 12/08/2011
Domenica giocheremo in casa di Ibrahimovic. Non solo la città dove è nato nel 1981, ma anche quella in cui è cresciuto, quella in cui ha imparato arti marziali e quella in cui ha imparato a giocare a calcio. Anzi, dove il suo talento si è messo in luce per la prima volta nella squadra del Balkan, che riuniva i ragazzi di famiglia immigrata dalle regioni slave. Il suo fisico e le sue capacità furono notate subito, al punto di giocare subito con ragazzi di due anni più grandi. Lo aiutava certo il fisico, impomente, ma anche la sua tecnica, il suo fiuto del gol. Doti che lo avrebbero poi reso uno dei più forti attaccanti al mondo. C'è ancora gente tra gli addetti ai lavori che si ricorda la partita contro il Vellinge quando, entrato nella ripresa sul risultato di 4-0 per la squadra avversaria, Ibrahimović capovolse le sorti del match segnando 8 gol e fissando il risultato finale di 8-5 per la sua squadra. Da mostri. A 13 anni, nal 1995, viene acquistato dalla prima vera squadra, il Malmoe, con cui fa l'esordio nella serie maggiore nel 1999. E da lì a suon di gol e assist si conquista il posto da titolare. Nel 2001 con 16 gol in 40 partite suscita l'interesse delle grandi squadre internazionali più attente ai giovani talenti. Dopo il no all'Arsenal di Wenger, al Werder, alla Roma, oltre a Juve e Milan, fu ceduto all'Ajax di Beenhakker, per 8,7 mln di euro, una cifra imporante all'epoca per un ventenne svedese. La sua affermazione internazionale avviene grazie al lavoro cui l'ha sottoposto l'anno successivo “Rambo” Koeman, con cui vince il campionato prima di passare alla Juve.
Da allora, è stato nella Juventus, nell'Inter, nel Barcellona e, come alla fine di una nemesi, è arrivato al Milan.
Ibrahimovich è sinonimo di vittoria in campionato. In pratica, la squadra che lo schierava ha vinto tutti i campionati dal 2001 in poi. E quest'anno giocava nel Milan.
Al ritiro di Milanello si è presentato “tirato a lucido”, come dimostrato fin dalla sua presenza con la Solbiatese nel primo tempo. Quarantacinque minuti giocati con la faccia di chi di dice: “dove eravamo rimasti”? E la stessa faccia l'ha sfoderata a Pechino, dopo la vittoria nel derby dagli occhi a mandorla in cui la maggior parte dei giornalisti l'ha votato il migliore in campo nelle pagelle, quasi a dar maggior spessore al trofeo che gli è stato assegnato con la stessa motivazione.
E' forte, è in forma e ha fame.
In conferenza stampa, quando è stato presentato insieme a Robinho, è stato chiaro: sono qui per vincere tutto. Abbiamo tutti passato fino a dicembre a risentire le sue parole in qualsiasi blob, come se fossero quelle di uno sbruffone da sbeffeggiare. Andavano bene quando giocava nella Juve. Andavano meglio quando giocava nel'Inter Ma nel Milan no. Erano da blob, da Paperissima.
Oggi nessuno osa più fiatare, zittiti dalle giocate e dalle vittorie dello svedese.
E domenica andiamo giustamente a rendergli omaggio dove è nato e cresciuto.
Ibra Supremacy.
