Magazine del 15/07/2011Affidabilità, malizia, adattabilità. Tre aggettivi perfetti per descrivere il giocatore tipo, plasmato dopo anni di settore giovanile. Il concetto è sempre lo stesso: è impensabile che giocatori con la sola esperienza di 2/3 anni di campionato Primavera si affaccino al professionismo senza manifesta inferiorità fisica, mentale e tattica nei confronti dei propri compagni di squadra, soprattutto se navigati giocatori di categoria.
Accade quindi spesso, che i consueti prestiti annuali a squadre di Lega Pro o serie B producano solamente presenze sporadiche da parte dei nostri giovani giocatori, in quanto la necessità delle società di salvarsi oppure di provare a centrare l’obiettivo promozione in una categoria superiore, suggeriscono all’allenatore di puntare su calciatori più pronti. Inoltre, significherebbe "obbligare" altre squadre a far giocare un ragazzo non di proprietà, ma soprattutto senza alcun ritorno economico. Come fare quindi a mantenere a pieno l’obiettivo dei tre aggettivi?
Innanzitutto, abbassare il campionato Primavera e Berretti a 16-17 anni, per poi attuare l’idea di fondare squadre B, parallele a quelle iscritte in serie A. L’idea dei tanti addetti al lavoro (ed anche la mia) è quella di iscrivere queste formazioni a campionati di Lega Pro, senza promozioni possibili nella stessa serie di appartenenza della società madre.
I costi di gestione delle squadre non sarebbero proibitivi per una società come, per esempio, quella del Milan, mentre per una società ipotetica di Lega Pro si potrebbe partire iscrivendo la formazione B tra i dilettanti. Ovviamente con agevolazioni economiche da parte della FIGC (se interessata alla cosa ovviamente…).
In questo modo sarà possibile veramente mettere alla prova i nostri giovani contro “vecchie volpi” di categoria. Indubbiamente un Albertazzi avrebbe trovato più giovamento a marcare Mastronunzio piuttosto che Montini della Roma, ottimo giocatore quest’ultimo, ma che per ora non ha il mestiere del futuro bomber dello Spezia.
Altra componente importante è il fattore mentale. Lottare per non retrocedere oppure per salire di categoria, può plasmare ancora di più i calciatori alla “sofferenza sportiva”, al sacrificio, alla voglia di arrivare ad un obiettivo di squadra, e non solo personale. Quest’ultimo punto è importante in quanto succede non di rado che molti ragazzi cerchino gloria personale, per farsi vedere da osservatori, piuttosto che giocare di squadra e mettersi al servizio dei compagni.
Altra caratteristica importante delle squadre B sarebbe quella di avere lo stesso schieramento tattico della squadra madre. Per un fattore di adattabilità immediata dei calciatori il poter giocare nello stesso ruolo, nelle stesse modalità dei “grandi” sarebbe un ottimo vantaggio per avere giocatori subito pronti.
E’ notizia recente, a detta di Filippo Galli, che la Primavera del neo allenatore Dolcetti, come gran parte del settore giovanile del Milan, adotteranno lo stesso schema della squadra allenata da Allegri.
Non ultimo vantaggio delle squadre B, sarebbe quello di evitare il “limbo sportivo” di tanti giovani calciatori. Prendo ad esempio un Alexander Merkel, un Rodney Strasser, impegnati l’anno scorso per poche partite e successivamente impiegati solo in allenamento, senza giocare quindi neanche in Primavera. L’inutilizzo di un giovane è la cosa peggiore che possa accadere, in quanto ripetere movimenti, giocate, situazioni tattiche non solo in allenamento ma soprattutto in partita, ne aiutano notevolmente la maturazione.
Pensando quindi alla nuova stagione, con un ipotetico utilizzo di giocatori come Calvano, Valoti o Fossati in una squadra B, potremmo creare diversi fattori importanti. In primis, quello di poter realmente valutare il valore effettivo di questi ragazzi, per capire se possano avere un futuro in prima squadra oppure no.
Il progetto a detta di tutti troverebbe molti consensi in Federazione, soprattutto per dare un futuro al calcio nazionale, sempre più orientato ad investire su calciatori stranieri, senza ombra di dubbio più pronti sotto ogni aspetto del gioco del calcio. Ma soprattutto perché è impensabile che un giocatore italiano cominci stabilmente a giocare a 25 anni nelle sua squadra, quando un ragazzo come Piqué a 24 ha già vinto 2 Champions League da titolare nel Barcellona…
Davide Lord Cocchi
