Magazine del 17/06/2011

Un miserabile
a Parigi

La fine del sogno

Dirsi addio.
Ci sono storie che finisco con un duro confronto. Ci si guarda negli occhi, vomitandosi parole su parole, pur sempre di presenza, senza schermi o maschere troppo facili da indossare.
Per altre storie tutto ciò non accade. Si preferisce restare una voce lontana e nulla più. Forse per mancanza di coraggio, forse perché è più facile scappare via senza il giudizio di uno sguardo.
Ebbene, non crediamo esista un modo più giusto per rompere con il passato e proseguire per la propria strada. Certo fa sorridere che la storia fra Araujo e l’Inter finisca proprio con una telefonata a più di 1000 chilometri di distanza. Un po’ così, da codardo.
Quando poi finisce un amore a prima vista, un sogno che si realizza, un’occasione irrinunciabile a livello professionale, le domande da farsi diventano tante, e le risposte a cui si perviene quasi sono sempre inequivocabili.
Le ragioni di un distacco, innanzi tutto, si poggiano sul terreno dell’incompatibilità o dell’incomprensione.
Qualcosa si è spezzato e, anzi, improvvisamente frantumato nell’ascesa al sogno del brasiliano che ha deciso di interpretare il canovaccio dell’uomo indeciso di Kierkegaard: un perenne conflitto fra etica ed estetica prima della sublimazione agli astri.
Qualcosa si è rotto, si diceva, e a nulla valgono le smentite e le illazioni giornalistiche.
Nè tantomeno bisogna inventarsi chissà quali assurde idee per capire che la sconfitta sportiva è innanzi tutto una sconfitta sul piano personale.
Non siamo nel mondo dei sogni. Ad Araujo vengono prospettati più soldi (tanti più soldi), una vita lontano dall’odiata Milano, un futuro come dirigente massimo nella città del sentimento.
Tutto bello. Tutto molto ammaliante.
Non fosse che tale quadretto bucolico si scontra, ancora una volta, e questa volta semmai fosse possibile (e lo è), con effetti dirimenti e devastanti maggiori, con ciò che nel mondo reale separa un Uomo che merita rispetto da un buffone di corte: la coerenza.


Nell’accettare la proposta del PSG, Araujo ripercorre l’idea di non aver fatto altro, nella propria vita, di affrontare una montagna russa, tra decisioni e proclami che lo elevano a personaggio di alta statura morale, a bassi inesorabili che ne rendono piccola e miserabile la considerazione.
La corsa volteggiante tra ideali fluorescenti e bellissimi è terminata: si ritorna sulla terra.
Ci pare che il denaro, e non la poliedricità della cultura, e non i sogni, e non qualsiasi altra cosa che possa definirsi meritevole di considerazione vera, abbia mosso e muova l’animo mercenario di colui che tradì due volte.
Una volta per incompatibilità emozionale, l’altra per soldi ed incompatibilità ambientale.
Una parabola discendente che ha il pregio di pulirsi, nel finale triste e miserrimo, di ogni possibile stortura, inquadrando perfettamente l’uomo a 360° e sotto due diversi campanilismi.
Perché immaginiamo che anche qualcun altro possa essersi sentito scottato dai moti oscillatori d’un cacciatore d’aquiloni dorati e tempestati di promesse che non saranno mai mantenute.
Leonardo è stato più cose alla volta, e di questo certamente la storia si ricorderà nel tramandarne le gesta alle generazioni future.
L’uomo del l’ultimo pianto. L’uomo della provvidenza. L’uomo del forte distacco. L’uomo del riscatto. Ed infine l’uomo del duplice tradimento. L’uomo, in ogni caso, del fallimento.
E’ stato giocatore, dirigente, allenatore, filosofo, antropologo, linguista, oratore, apprezzato benefattore.
Eppure, alla stregua dei suoi comportamenti più evidenti e meno forzati da altrui contingenze, ci pare molto più simile al ritratto di un opportunista, di un viscido ammaliatore, d’un loquace avido di se stesso, fors’anche d’un irrispettoso, irriverente, irriguardoso uomo di mondo.
Noi che le parole e le gesta le sappiamo misurare per quel che valgono, siamo assolutamente felici che l’Italia intera si sia privata dopo due anni d’agonia ed attesa di questo filosofo a parole e mercificatore (di sè stesso) ai fatti.
Un uomo sconfitto nel campo sportivo e in quello intellettuale.
Crediamo un uomo baciato dalla fortuna, ma maledetto dalla storia.
Perché perfino Giuda, in vita propria, non seppe far di peggio.
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