Ecco perché Marotta domina il calcio italianoQuel no a Galliani pesa molto
Sfoglia, usa mouse e frecce
______
Il mondo del calcio italiano si muove sempre su due binari paralleli: quello del campo e quello della politica sportiva. E mentre sul terreno di gioco le squadre si sfidano a colpi di gol e di tattica, nelle stanze dei bottoni si giocano partite altrettanto decisive, spesso determinanti per il futuro dei club. Il Milan, una delle società più gloriose della storia del calcio mondiale, sembra fare fatica a tenere il passo su questo secondo fronte, rischiando di pagare un prezzo salato nel medio e lungo periodo. La questione è complessa e affonda le radici in dinamiche interne che meritano di essere analizzate con attenzione.
Uno dei nodi centrali riguarda la mancata integrazione in organico di un profilo dirigenziale di assoluto spessore come Adriano Galliani. Secondo quanto riferito da fonti vicine agli ambienti rossoneri, l'ipotesi di riportare l'ex Amministratore Delegato all'interno della struttura societaria sarebbe stata bloccata dal presidente Paolo Scaroni, che avrebbe anteposto la tutela del proprio ruolo a una scelta che avrebbe potuto rivelarsi strategicamente preziosa per il club. Una decisione che, indipendentemente dalle motivazioni personali che l'hanno generata, lascia aperti interrogativi importanti sulla visione complessiva con cui il Milan intende affrontare le sfide future, non solo sportive ma anche istituzionali.
Il confronto con l'Inter di Beppe Marotta è a questo punto inevitabile e, per certi versi, impietoso. Marotta si è dimostrato negli anni il dirigente più lucido, più dinamico e più influente dell'intero panorama calcistico italiano. La sua capacità di muoversi con efficacia sia sul mercato dei giocatori che nelle sedi istituzionali lo rende un avversario formidabile ben oltre i novanta minuti di gioco. L'ultima dimostrazione di questa sua abilità trasversale è rappresentata dalla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale, una mossa di grande rilevanza politica che conferma come Marotta sappia guardare lontano e costruire alleanze strategiche con una visione che va ben oltre la gestione ordinaria di una società calcistica. Un approccio che al Milan, almeno in questa fase, sembra mancare in modo evidente.
Il paragone con la Juventus non è casuale. Anche i bianconeri, un tempo dominatori incontrastati della scena calcistica e politica italiana, sembrano aver perso quella capacità di incidere sulle dinamiche federali che per anni ha rappresentato uno dei loro punti di forza. Il risultato è che mentre alcune società sanno interpretare il calcio come un sistema integrato, fatto di risultati sportivi, gestione delle risorse umane e presidio delle istituzioni, altre arrancano, concentrate quasi esclusivamente sulla dimensione puramente agonistica, senza rendersi conto di quante battaglie decisive si giochino altrove.
Per il Milan di Massimiliano Allegri, che sul campo cerca di costruire una squadra competitiva, il rischio è che gli sforzi tecnici vengano vanificati da una struttura dirigenziale che non riesce a esprimere lo stesso peso specifico nelle sedi che contano. La scelta del futuro designatore arbitrale, la nomina del segretario generale della federazione, la definizione dei calendari: sono tutti ambiti in cui chi ha voce in capitolo può fare la differenza, condizionando indirettamente anche le sorti sportive dei club. Non si tratta di complottismo, ma di una realtà con cui il calcio italiano convive da decenni e che chi governa un grande club non può permettersi di ignorare. Se il Milan vuole davvero tornare a essere protagonista a trecentosessanta gradi, il cambiamento deve partire anche e soprattutto dall'alto.
Leggi il prossimo articolo
La scheda dell’arbitro Sozza
Vai al Sommario del
Magazine di questa settimana
Magazine di questa settimana
