Il problema d'identità Il Milan fatica a capire dove si trova, pensa troppo al passato

10/01/2020

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Il Milan pensa troppo al suo passato e troppo poco, o comunque male, al presente e al Futuro.
La questione è annosa, ma significativa ed emerge anche dalla parole della recente intervista rilasciata da David Han Li a Forbes: l'affetto dei tifosi è travolgente.
Un amore spassionato, che porta a riempire San Siro per il ritorno di Ibra, che impazza sui social.
Un amore apparentemente ricambiato dalla società, che spende per ritornare in alto.
Questo è l'errore: credere che si possa tornare in alto attraverso la bacchetta magica, un acquisto e sistemiamo il reparto, il mister che fa crescere i giovani e professa il bel gioco, immagini che ripassano i successi del passato.
Tanta retorica e poco buon senso.
Prima di tutto non è pensabile ritornare a primeggiare in Italia in tempi brevi, per l'Europa i tempi si dilatano.
Il calcio nel frattempo è cambiato, una squadra che ha giocato la finale di Champions pur non vincendo niente da anni finisce nel dimenticatoio in fretta nonostante abbia un fatturato mostruoso. Ma quali sono i motivi? Le persone, indipendentemente dalla zona geografica, ricordano solo i vincenti, gli altri sono ottime comparse, al limite migliori attori non protagonisti del film del calcio.
Quindi, per ritornare a primeggiare nel calcio serve programmazione, scelta degli obiettivi e operazioni di mercato mirate. Non è solo una questione economica, altrimenti non si spiegherebbero le posizioni in classifica di Torino o Verona.
Avere degli obiettivi è necessario per avere l'ambizione di raggiungerli.
Ma l'obiettivo non può essere barcamenarsi, prendere scarti delle altre squadre. Bisognerebbe partire dal settore giovanile, dai ragazzi dei giovanissimi e allievi e mettere in campo, con la prima squadra qualche Primavera.
Ma se la Primavera stessa gioca nella serie B della categoria, qualche motivo ci sarà, no?
Lo stesso accadeva quest'estate, quando non c'erano punte, non c'erano laterali, si puntava su incognite come Duarte o Leao, si scambiava Rebic e si giocava con una sola prima punta di ruolo, senza avere idee e gioco per un falso nueve, si cercava un trequartista e si è perso tempo per adattarne uno già in rosa, non si è trovata una quadra per il centrocampo e potremmo proseguire fino a giungere a Piatek demotivato dalle panchine in favore di André Silva che era un partente certo.


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Errori che si pagano soprattutto se la situazione del campionato è tanto livellata per cui, escluse le primissime, tutte se la giocano alla pari e si aggravano se credi di entrare in campo pensando "tanto noi siamo il Milan".
Errori gravi a livello societario, quando non ci si fa sentire a livello arbitrale per tanti piccoli torti che si susseguono con cadenza che non può avere il caso come giustificazione, arbitri inadeguati e già rigettati che fischiano a casaccio e per fortuna vengono corretti dal VAR.
Una proprietà che non si è mai fatta sentire, lasciando la parola a un presidente che inserisce lo stadio a sproposito purché se ne parli, dando adito ai tifosi di credere che abbia una cospicua percentuale nel caso in cui l'operazione vada in porto.
Il Milan, questo Milan, deve prima di tutto capire che cos'è veramente, quali sono le sue potenzialità e i suoi difetti, ma questo genere di autocritica la sentiamo solo da Boban, anche se a targhe alterne, gli altri muti a lavorare su qualcosa di non ben definito.
Dalla sconfitta di Bergamo non si è sentita una parola da parte di Paolo Maldini: è normale? Ha senso questo comportamento?
La società deve partire da un progetto serio e seguirlo con coraggio, non procedere a tentativi.
Soprattutto, rimangiarsi le decisioni dopo mesi fa sorridere, ma diventa una barzelletta se non si ammettono le colpe. Si può sbagliare, ma non è che non ammettendo l'errore si fa una gran figura.
 


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