FPF e competitività: due mondi opposti La normativa attuale non garantisce ai club il diritto alla competitività

12/07/2019

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Esistono due rette parallele che sono destinate a non incontrarsi mai nella vita. Sono il Fair Play Finanziario ed il principio della competitività nel calcio. Gli effetti del famigerato FPF infatti, a qualche anno dalla sua introduzione effettiva, si sono rivelati completamente opposti alle intenzioni.
La normativa in questione doveva ridurre le distanze fra i club ed invece si è rivelato un complesso di norme che impedisce a chi vuole crescere di poter investire e che tutela in maniera quasi protezionistica le posizioni di vantaggio legittimamente raggiunte dai club già al top da qualche anno sul piano del fatturato.
Un dato è assolutamente sconcertante: da quando è stato introdotto il FPF, in Italia, Francia e Germania ha sempre vinto la stessa squadra negli ultimi 7 anni, ossia la Juventus, il PSG ed il Bayern Monaco. L’unica eccezione è stata rappresentata dal Monaco che, nella stagione 2016-17, è stato capace di vincere il campionato con un’impresa incredibile.
In base al FPF, se i conti non sono in regola (cioè se il passivo degli ultimi 3 esercizi supera i 30 milioni di euro) i club "colpevoli" devono essere sottoposti ad un monitoraggio pluriennale dei conti, che porta l'UEFA a imporre restrizioni e pareri vincolanti sulle spese in uscita. Nei fatti il proprietario di un club che vuole investire soldi propri, ricapitalizzando, non è libero di farlo.
Quasi tutte le squadre che, oggi, sono al vertice del fatturato, sono arrivate a questo risultato mediante investimenti corposi da parte dell'azionista. La Juventus, a cavallo fra il 2007 ed il 2012, ha investito 331 milioni di euro. Il club torinese cioè, per tornare grande, ha speso tantissimo per ben 6 stagioni e la cifra va rapporta alle condizioni dell’epoca.
Oggi Mbappe costa quasi 200 milioni, mentre nel 2007 il Milan campione d’Europa andava a prendere il più grande talento del momento (Pato, che aveva già giocato una finale di coppa del mondo per club) per 22 milioni di euro.
Quei 331 milioni di euro spesi dalla Juventus a cavallo fra quelle sei stagioni sono quindi una cifra enorme ed ingente, che ha rappresentato il suo lasciapassare per il legittimo ritorno ai vertici del calcio che conta.


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Come potrebbe oggi riproporsi una situazione del genere se tutti i club vogliosi di concorrere con la Juventus in Italia non possono investire più di quanto incassano ed i loro proprietari non possono immettere soldi nelle casse societarie tramite ricapitalizzazioni?
Purtroppo, sino a quando qualcuno in sede europea non prenderà atto che il FPF è una folle barriera d’entrata nel sistema della competitività dei campionati nazionali, il problema permarrà e tenderà ad ampliarsi.
I campionati nazionali di Serie A, Bundesliga e Ligue 1 rischieranno di diventare (o forse già lo sono) dei romanzi col finale già scritto. Ci sarà sempre minore interesse ed il livello di partecipazione del pubblico non potrà che diminuire.
Il FPF nei fatti ha tolto ai club quel diritto all’errore nello sport che la Juventus ha avuto garantito nel lungo periodo (Almiron, Tiago, Diego, Melo, Krasic, Andrade, Martinez e tanti altri); diritto all’errore che, invece, oggi non viene più tutelato per le sacre esigenze di una normativa venerata come un culto dai parrucconi di Nyon.
Questa è una grave ingiustizia e tradisce i valori più alti e supremi dello sport, ovverosia la competitività e la voglia di superare chi, in un dato momento, sta primeggiando. Senza questi valori, anche la minestra più buona perde l’unico ingrediente a cui non si può rinunciare: il sale.

Capitan Uncino

 


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