Auguri Rino Dare l’anima per la squadra oggi non si usa più

11/01/2019

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Per quelli che se lo ricordano, eri un ragazzino con una foga – potremmo dire anche “fame” – mai vista quando arrivasti a luci spente nel 1999. Tanta grinta e poca tecnica. Arrivavi dagli scozzesi Rangers dove non era richiesta, al punto che ti affibbiarono il soprannome Ringhio.
Sono passati tanti anni, e quel ragazzino ha vinto tutto, ha sputato i polmoni, è diventato Campione del Mondo. Sempre mettendosi al servizio dei campioni che gli stavano intorno.
Adesso che hai compiuto 41 anni, quei campioni intorno non li hai più. E tu fai un altro mestiere.
Hai scelto la carriera dell’allenatore partendo dal basso, un basso che di più non si può. Ma i campioni li sai ancora riconoscere, quando gli passi la palla in allenamento.
E a Milanello ti guardi intorno, scruti i tuoi giocatori, e fai fatica a vedere in loro un qualcosa, un gesto, un movimento, che ti faccia ricordare i tuoi ex compagni.
Ma tiri avanti. E’ il tuo lavoro.
Adesso è tutto diverso. Se prima davi l’anima per recuperare il pallone e lo davi subito a quello “coi piedi buoni” che sapeva cosa farne, ora i giocatori si girano e guardano verso di te perché dica loro cosa fare.
Pensare e ripensare, studiare, osservare, masticare amaro quando vedi gente che ai tuoi tempi manco avrebbe indossato quella maglia del Milan, se non a casa propria. Acquistata in qualche negozio a sulle bancarelle del falso.
Vorresti aver in squadra qualcuno, anche solo due o tre dei tuoi ex compagni. Quelli per cui il rossonero contava qualcosa e sapevano di avere il talento per meritarsela.
Qualcuno con cui non c’è bisogno di spiegare, di urlare, perché saprebbero cosa fare. Bastava un’occhiata e se c’era stato un errore si rimediava.
Ma ti guardi attorno e non c’è nessuno di loro.
Sei solo caro Rino. In tutti i sensi.
Trent’anni dopo il tuo arrivo a Milanello non basta aver fatto una barcata di punti (meglio di te solo Juve e Napoli) con un branco di gente tra il buono e il mediocre. Gente capace di intristire anche i centravanti più forti per mancanza di idee, capacità, talento, carattere, tecnica, voglia.
Non basta e non basterà mai, perché ci sarà sempre qualcuno che alzerà il ditino per segnalare il cambio sbagliato, i punti persi con una squadra più debole, il tono dimesso nelle conferenze stampa. Ad evidenziare tutta la tua incapacità e inesperienza.
Hai un bel sgolarti, gesticolare, smadonnare, indicare, incitare, spiegare o chiedere concentrazione.
Questi in campo non sono gente come te. Tu avevi fame e davi l’anima e questi non ce l’hanno.
E' più importante che la pettinatura scolpita tenga il campo e i contrasti. Sempre a favore di obiettivo.
E’ il tuo compleanno. Fattene una ragione: il problema non sei (sempre) tu.




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